%20(1)-1280x854.webp?v=mumlkru4)
L’incollaggio, alla poltrona, si sbriga in una mattinata. Prima, però, quei gusci se ne stanno qualche giorno sul banco del nostro laboratorio, giù al piano di sotto, e lì vengono tirati su a mano, con polveri, un goccio di liquido e il forno. Chi si fa le faccette quella parte non la vede mai, e ci dispiace un po’, perché è lì che si capisce tutto: perché la porcellana ha quell’aspetto, perché il caffè non la macchia, perché alla prova un ritocco piccolo si fa al volo e uno grosso no, e come mai due cliniche con lo stesso identico materiale tirino fuori sorrisi che non si somigliano per niente.
Allora proviamo a raccontarla, la storia di una faccetta in porcellana fatta qui a Istanbul: dalla prima foto alla glasura, e poi negli anni in cui ce l’avrà in bocca.
Si comincia dalle foto, non dalla fresa
Prima di toccare la ceramica l’odontotecnico deve conoscere i suoi denti così come sono oggi. E per conoscerli servono foto — tante, più di quante penserebbe. Si appoggiano accanto ai denti i campioncini della scala colori e si scatta con la luce del giorno, così in laboratorio si confronta tonalità con tonalità; spesso aggiungiamo anche qualche scatto con il filtro polarizzatore, che toglie i riflessi della superficie e lascia vedere il colore “dentro” il dente.
Un dente vero, d’altronde, non è mai di un colore solo. Verso la gengiva tira al caldo, sul bordo diventa quasi trasparente, ogni tanto ha una macchiolina bianca o una venatura azzurrina proprio sul margine. Scrivere “A1” o “B1” su un foglio è come descrivere un tramonto dicendo “arancione”: vero, ma all’odontotecnico non basta.
Poi, a denti preparati, si prende un altro colore ancora, quello del moncone. La porcellana è sottile e un po’ di quello che c’è sotto passa; se un dente preparato è più scuro dei vicini bisogna saperlo prima di costruire, per correggere con gli strati di quel guscio in particolare.
Un modello della bocca, e una base su cui costruire
Dalla scansione (o dall’impronta, se si lavora alla vecchia maniera) il laboratorio ricava il modello dei denti preparati. Per la ceramica feldspatica stratificata a mano si lavora poi su una copia di ogni dente in un materiale che regge il calore, oppure su un foglietto di metallo sottilissimo premuto sul modello: così il guscio può andare e tornare dal forno senza storcersi.
Lo spazio a disposizione è ridicolo. Si parla di 0,3–0,7 mm, come trova scritto nella pagina, e in così poco non ci stanno né strati spessi né ripensamenti. Ecco perché preparazione conservativa e mano esperta in laboratorio vanno a braccetto: meno dente si toglie, più chi stratifica deve essere millimetrico.
Il colore costruito a strati sottili
La porcellana per faccette arriva in polvere, finissima, in decine di tonalità e trasparenze. Si impasta con un liquido e si stende col pennello, una zona dopo l’altra — un lavoro che ricorda più la pittura che l’odontoiatria.
Sotto vanno gli strati “dentina”, quelli che danno il grosso del colore. Sopra, gli strati smalto, più traslucidi. Sul bordo, porcellane quasi trasparenti che fanno passare la luce come il margine di un dente vero. E qua e là, se i suoi denti li hanno, quei dettagli che nessuno nota coscientemente ma che l’occhio registra: le righine verticali vicino al bordo degli incisivi, un filo chiaro lungo il margine, una zona un po’ lattiginosa. Senza, la faccetta viene “troppo perfetta” — e la perfezione, in un sorriso, si nota. Con, la gente smette semplicemente di pensarci.
Su un listino prezzi tutto questo non c’è. Eppure è la vera differenza tra porcellana stratificata e materiali fresati o pressati da un blocchetto tutto di un colore.
Calore, ritiro e tanta pazienza
Ogni strato va in forno. E in forno la porcellana si ritira, un po’ come una torta che cala, quindi l’odontotecnico costruisce apposta un filo più grande, sforna, controlla, aggiunge, rimette dentro. Una sola faccetta può fare diverse cotture prima di avere forma e colore giusti.
Tra un giro di forno e l’altro il guscio si confronta col modello e con le foto del suo viso. Il bordo è lungo il giusto? Sta in linea con il dente accanto? Il colore viene più caldo, o più freddo, di come l’avevamo pensato? A questo stadio correggere costa solo tempo, e il tempo lo mettiamo in conto.
Superficie, tessitura e glasatura
Lo smalto naturale non è liscio come un vetro. Guardi un incisivo da vicino, con una bella luce: ci sono righine orizzontali, piccole onde, avvallamenti appena accennati, e tutto questo riflette la luce a modo suo. Una superficie piatta e lucida a specchio la riflette in un altro modo, ed è uno dei segnali da cui una faccetta fatta male si riconosce anche dall’altra parte del tavolo.
Quindi la superficie si modella e si “segna”, poi si stende la glasura e si fa l’ultima cottura. La glasura chiude tutto con uno strato liscio e vetroso dove caffè, tè, vino e sugo non riescono ad entrare. La famosa resistenza alle macchie viene da qui, dalla rifinitura, mica solo dal materiale.
Perché una persona, e non una macchina
Le faccette in ceramica non nascono tutte allo stesso modo. Alcune vengono pressate o fresate da blocchetti pronti e poi colorate in superficie: le faccette E.max funzionano così, e in quanto a resistenza hanno vantaggi veri, che raccontiamo nella loro pagina.
La porcellana stratificata a mano cede qualcosa in resistenza e guadagna in controllo su come la luce attraversa il dente. Sugli incisivi di chi vuole un risultato che nessuno sappia indicare col dito, specie se accanto ci sono denti naturali, la differenza si vede. Il rovescio della medaglia: il risultato dipende tantissimo da chi ha il pennello in mano, e le stesse polveri in mani diverse danno denti diversi. Avere il laboratorio in casa, a Istanbul, ci permette di stare col fiato sul collo di chi stratifica (in senso buono).
Mentre lavora il laboratorio: tre giorni con i provvisori
Nel percorso qui sopra si accenna ai provvisori che porterà durante il soggiorno in Turchia, mentre si fa la porcellana. Sono la copia del mock-up che ha approvato, in una resina molto più tenera della ceramica e fissati apposta in modo leggero, così poi si tolgono senza fatica.
Per quei giorni, quindi, niente caramelle gommose, niente crosta di pane, niente morsi decisi con gli incisivi. I provvisori possono sembrare un po’ ruvidi o “grossi” e non brillano come i gusci finali. Se uno si stacca, non tiri fuori la colla di casa: chiami la clinica e glielo rimettiamo in un attimo. E intanto ci faccia caso, a come li sente quando parla e quando ride, perché la porcellana seguirà quella forma.
Quando una faccetta torna in laboratorio
Alla prova i gusci si appoggiano sui denti con una pasta trasparente o colorata, senza incollarli, e si guardano vicino alla finestra, con la luce vera. È lì che una faccetta può tornare indietro.
Quasi sempre per sciocchezze: un bordo che quando parla risulta lungo di un niente, un guscio che vira un pelo sul grigio, un angolo che sporge appena rispetto al vicino. Con la porcellana stratificata buona parte di questi difetti si sistema aggiungendo un velo di ceramica, rimodellando e ricuocendo, spesso in giornata visto che il laboratorio è al piano di sotto. Un guscio sbagliato proprio di colore, invece, di solito si rifà da zero, e ricucirlo non conviene: ecco perché quelle foto iniziali contano così tanto.
Se alla prova qualcosa non la convince, parli. Dopo l’incollaggio rimodellare vuol dire fresare porcellana glasata, e la glasura è proprio la cosa che non vogliamo perdere.
I primi giorni dopo l’incollaggio
La lingua scopre le faccette nuove molto prima degli altri e per un po’ non le dà pace, avanti e indietro sui bordi e dietro i denti. Dopo una settimana, due al massimo, si annoia.
Un po’ di fastidio col freddo nei primi giorni è normale, dopo una preparazione e un incollaggio. Non è normale invece un morso alto: se chiudendo un dente arriva prima degli altri, o sente la mandibola spinta un filo di lato, torni da noi prima di volare in Italia. La porcellana non si “rodà”, si scheggia.
Quindici anni con le faccette in ceramica
Quanto durano le faccette in ceramica? Nella pagina scriviamo 10–15 anni, e parecchie vanno ben oltre. Molto dipende da un paio di abitudini che non sempre vengono spiegate.
Dall’igienista, per esempio, dica delle faccette prima che inizi. Sembra un dettaglio, non lo è: certi gel al fluoro acidulato, usati di routine in alcuni studi, possono opacizzare la porcellana, e una pasta da lucidatura troppo grossa porta via la brillantezza della glasura; se lo sa, l’igienista usa prodotti più gentili. A casa invece nessun prodotto speciale, basta uno spazzolino morbido e il dentifricio di sempre.
Con gli anni i guai, se arrivano, partono dal confine tra porcellana e dente. Le gengive con l’età tendono a ritirarsi un po’ e quella giunzione può affacciarsi e prendere una lineetta marroncina. Il filo interdentale ogni sera non ferma l’orologio, però lo rallenta, e non di poco.
Una scheggiatura minima spesso si liscia e via, oppure si ripara con un tocco di composito; una frattura vera vuol dire guscio nuovo. E rifare una sola faccetta fra tanti anni, abbinandola alle altre, è un bel rompicapo, perché le originali erano state costruite strato su strato sui suoi denti di allora.
Conservi la registrazione del colore
Per questo le diamo un consiglio molto concreto: si faccia dare una copia dei dati finali del colore e delle foto fatte durante il trattamento, e le metta da parte insieme agli altri documenti. Se un giorno una faccetta andrà rifatta, da noi in Turchia o da un dentista sotto casa, l’odontotecnico partirà da quei dati e non da un selfie col telefono, e la differenza nel risultato si vedrà.
E se è ancora indeciso tra ceramica e un altro materiale, nella pagina principale sulle faccette dentali in Turchia trova quale materiale va bene per quale problema.

English
Italiano
%20(1)-1280x854.webp?v=mumllvxu)
-1280x854.webp?v=mumligta)
-1280x854.webp?v=mumlj2nb)
-1280x854.webp?v=mumljr5n)


.webp?v=mth1gwjb)




















