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L’E.max è uno dei pochissimi materiali dentali che i pazienti chiedono per nome. Di solito ne hanno sentito dire due cose: che è più resistente della ceramica tradizionale, e che sembra un dente vero. Nessuno racconta bugie. Quello che quasi nessuno spiega, però, è dove quella resistenza serve davvero, e su quali denti fa la differenza.
In breve? I suoi denti non diventeranno più forti. Quello che ottiene è una faccetta che si può fare più sottile senza che si rompa. Su alcuni denti questo cambia tutto il piano. Su altri conta poco o niente.
Un marchio, non una categoria
“E.max” in realtà è un nome commerciale. Il nome completo è IPS e.max: è disilicato di litio, una vetroceramica prodotta da Ivoclar, un’azienda del Liechtenstein, e i dentisti la usano da decenni. Strada facendo il nome si è allargato, e oggi alcune cliniche chiamano “E.max” quasi qualsiasi ceramica pressata o fresata.
Perché dovrebbe importarle? Perché i dati riportati più su, resistenza compresa, valgono per il materiale originale. Se paga per delle faccette E.max in Turchia, o in Italia, i documenti devono riportarne il nome, così come una ricetta indica il farmaco preciso e non un generico “antidolorifico”.
Cosa vuol dire “tre volte più resistente” nella vita di tutti i giorni
Viene facile immaginare l’E.max come la faccetta con cui si possono schiacciare le noci. Immagine simpatica, idea sbagliata. Una volta incollata come si deve, faccetta e dente lavorano come un pezzo unico, e la maggior parte del carico va sul dente.
La resistenza conta nei punti sottili. Se mette una faccetta anteriore controluce, vedrà che il bordo incisale in punta è quasi trasparente. Fatto con una ceramica più debole, quel bordo dovrebbe essere più spesso, altrimenti si scheggia. E lo spessore richiede spazio: o il dente finisce un po’ più in fuori, o si toglie più smalto sotto. Con l’E.max il bordo può restare sottile e reggere lo stesso.
Per questo è particolarmente utile su certi denti. I canini, per esempio. Se muove la mandibola da un lato all’altro, di solito sono i canini a toccarsi per primi e a guidare il movimento, quindi i loro bordi prendono colpi laterali ogni giorno. Poi i morsi in cui gli incisivi di sopra e di sotto si incontrano testa a testa, perché lì i bordi ricevono la forza in pieno. E i denti accorciati dal bruxismo o dagli acidi, quando vanno riallungati: tutto ciò che si aggiunge sporge oltre il bordo originale, senza sostegno, e la ceramica deve reggersi da sola.
Se invece i suoi incisivi si sovrappongono nel modo normale, la resistenza diventa un dettaglio. La scelta tra E.max e faccette in ceramica stratificate a mano si fa soprattutto sull’estetica, e su cosa preferisce usare il suo odontotecnico.
Un solo materiale, tanti gradi di trasparenza
L’E.max parte come un piccolo cilindro di ceramica, chiamato pastiglia (o lingotto). Viene scaldato finché si ammorbidisce e poi pressato nella forma della faccetta. Le pastiglie hanno trasparenze diverse: alcune lasciano passare molta luce, altre sono più lattiginose e nascondono di più il dente sotto.
Si decide dente per dente. A un dente luminoso e sano può andare una pastiglia trasparente, così la faccetta “prende in prestito” il suo colore naturale. A uno un po’ scurito può andare una pastiglia più opaca, nella stessa tonalità. Fatto bene, è così che una fila di faccette sembra un set uniforme anche se i denti sotto erano tutti di colori leggermente diversi.
Un limite però c’è. Un dente diventato molto scuro, spesso dopo la morte del nervo, può avere bisogno di più copertura di quella che un guscio sottile di E.max riesce a dare. Per quello esistono le faccette in zirconio.
Pressate o fresate, monolitiche o cut-back
Una faccetta E.max si può produrre in due modi e rifinire in due modi.
Si può pressare da una pastiglia, come descritto sopra, oppure fresare a macchina da un blocchetto pieno. Sono entrambe E.max autentiche. Per le faccette molto sottili di solito vince la pressatura, perché i bordi vengono più fini. La fresatura è più veloce e molto costante.
Poi c’è la rifinitura. Una faccetta monolitica è un pezzo unico, colorato in superficie con pigmenti e poi glasato. È la versione più resistente, perché sopra non si aggiunge nulla. Una faccetta cut-back viene pressata un po’ più corta, e poi l’odontotecnico ricostruisce a mano il bordo con ceramica da stratificazione, per avere più trasparenza e piccoli dettagli. Da vicino sembra più naturale, soprattutto sui due incisivi centrali, ma quello strato aggiunto non è resistente quanto l’E.max sotto.
In molti sorrisi si usano tutte e due. Monolitiche su canini e laterali, dove conta la resistenza. Cut-back sui due incisivi centrali, quelli che si guardano per primi. Chieda quale prevede il suo piano. La risposta dice parecchio su quanto ci si è ragionato sopra.
Il giorno dell’incollaggio, passo per passo
Nella pagina si dice che l’E.max viene mordenzato e incollato con tecnica adesiva, non cementato. Suona tecnico. Ma è uno dei motivi principali per cui queste faccette restano al loro posto.
Prima di arrivare in poltrona, l’interno di ogni guscio viene trattato con un acido forte. Al microscopio diventa una specie di minuscolo nido d’ape. Poi si passa il silano, che permette alla resina di legarsi alla ceramica chimicamente, e non solo per attrito.
In poltrona si puliscono e si mordenzano leggermente anche i denti. In questa fase l’asciutto è tutto. Un po’ di saliva, perfino l’umidità del respiro, può rovinare l’adesione. Per questo i denti vengono isolati, e per un po’ potrebbe avere sulla bocca un sottile foglio di gomma, la diga. Non le piacerà. Ma serve.
Le faccette si applicano una alla volta, con la resina. L’eccesso si pulisce e una luce blu la indurisce. Una striscia di carta di articolazione mostra dove arriva il morso, e ciò che è troppo alto viene lucidato. Quando esce, i denti sono lisci e il morso le sembra semplicemente il suo.
E.max o ceramica? Qualche caso tipico
Si capisce meglio con casi normali.
Sei denti anteriori, morso normale, qualche macchia. Va bene l’uno o l’altro. Per un set completo di solito scegliamo l’E.max, perché i gusci vengono tutti uguali e resistenti. Un ceramista davvero bravo con la ceramica stratificata potrebbe ottenerli un filo più naturali da vicino.
Un solo incisivo centrale accanto a denti naturali. È l’abbinamento più difficile dell’odontoiatria estetica. Ci arriva un E.max cut-back, e ci arriva anche la ceramica stratificata. Conta più chi lo fa che con cosa è fatto.
Denti corti e consumati in chi digrigna. E.max, più un bite notturno. La lunghezza aggiunta ha bisogno di resistenza, e il bite la protegge.
Dieci faccette su un sorriso largo. Di solito E.max, a volte con gusci cut-back sui due centrali per dare più profondità.
Un dente molto scuro in mezzo ad altri chiari. Per quel dente, né l’uno né l’altra. Potrebbe servire un guscio opaco, mentre quelli accanto possono restare in E.max.
Denti inferiori e denti piccoli
Gli incisivi inferiori sono stretti e spesso sottili da davanti a dietro, quindi c’è poco materiale su cui lavorare. Un materiale che si pressa molto sottile e resta resistente aiuta parecchio. Lo stesso vale per i laterali superiori piccoli o a forma di chiodo, che a volte vanno ingranditi più che coperti. In entrambi i casi la vera domanda, spesso, è se quel dente abbia bisogno di una faccetta. La nostra panoramica sulle faccette dentali in Turchia aiuta a ragionarci.
Prezzo delle faccette E.max in Turchia
L’E.max sta nella fascia medio-alta del nostro listino delle faccette. Costa più del composito e, di solito, meno dello zirconio. La maggior parte delle persone ne fa da sei a dieci, e il prezzo per dente lo trova nella tabella qui sopra. Chi arriva dall’Italia di solito spende qui molto meno di quanto gli è stato chiesto a casa per lo stesso numero di faccette E.max. Si assicuri solo che il preventivo scriva E.max per nome, e se ogni guscio è monolitico o cut-back.
Il viaggio a Istanbul e il recupero
Per le faccette E.max di solito basta un viaggio a Istanbul di circa una settimana. Prima scansione e prova del sorriso, poi preparazione e provvisori mentre lavora il laboratorio, infine l’incollaggio verso la fine. Dopo, all’inizio, i denti possono essere un po’ sensibili alle bevande fredde, e la lingua sentirà i bordi nuovi. Il recupero, più o meno, è tutto qui.
Faccette E.max prima e dopo, e quanto durano
Le foto prima e dopo delle faccette E.max di solito sono splendide il primo giorno. Chieda come sono dopo un anno. Le foto alla luce del giorno, a quel punto, mostrano se i bordi sono ancora netti e se il colore è ancora uniforme. Le opinioni scritte a qualche anno dal trattamento valgono più di quelle della prima settimana. Con un po’ di buon senso, e un bite notturno per chi digrigna, le faccette E.max durano di solito dai 10 ai 15 anni, e spesso ben oltre.
Se un giorno una faccetta va sostituita
Anche una ceramica resistente può scheggiarsi. Una scheggiatura piccolissima spesso si può semplicemente lucidare. Una più grande, di solito, vuol dire un guscio nuovo.
Qui l’E.max ha un vantaggio silenzioso. Il laboratorio tiene traccia di quale pastiglia e quali pigmenti sono andati in ogni guscio, e questo rende molto più facile copiarne uno rispetto a ricreare da zero una faccetta tutta stratificata a mano. Non è infallibile: un buon abbinamento dipende sempre dall’odontotecnico. E come ogni ceramica, l’E.max non si sbianca. Se nel frattempo ha sbiancato i suoi denti, il guscio nuovo viene abbinato alle faccette accanto, non al colore originale.
Quando una faccetta non basta
Certi denti hanno bisogno di più di una faccetta. Un dente con un’otturazione enorme, incrinato o molto rotto va tenuto insieme, non solo coperto sul davanti. Anche in quel caso si usa l’E.max, ma come corona completa: la nostra pagina sulle corone E.max spiega quando è la strada migliore.
All’opposto, se non è ancora sicuro della ceramica, o vuole provare prima una forma nuova, le faccette in composito si costruiscono direttamente sui denti e si possono cambiare o togliere più avanti. Durano meno, ma per qualcuno sono un primo passo del tutto ragionevole.
Controlli il nome sui documenti
A fine trattamento, guardi la garanzia o il certificato. Deve indicare il materiale di ogni dente. Se le sue faccette sono E.max, ci deve essere scritto E.max, meglio ancora con il produttore, non soltanto “ceramica” o “vetroceramica”.
Sembra una sciocchezza. Ma fra qualche anno, se una faccetta si scheggia e un dentista vicino a casa la deve rifare, sapere esattamente cosa è stato usato e come è stato rifinito rende l’abbinamento molto più semplice.

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